LETTERE PASTORALI
 


 

AVVENTO 2006
 


 

                          Alla Chiesa dell’Isola Verde, nella Speranza del Natale 2006

 
“Il Dio della speranza che ci riempie di ogni gioia e pace nella fede per la potenza dello Spirito Santo, sia con tutti voi” (dalla Liturgia).
   All’inizio di questo sacro tempo dell’Avvento, in pieno cammino sinodale “Per UNA CHIESA NUOVA nell’AMORE” nella fase decanale, il Convegno di Verona da poco celebrato (Ott.’06), ha invitato tutti noi ad essere “Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo”. Noi, piccola Chiesa di Ischia, che si riconosce come “insula spei” (espressione mutuata dal nostro CTG, Centro Turistico giovanile), l’isola della speranza, nella grande Chiesa di Dio, desideriamo tradurre in opere e giorni il suo messaggio.

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      “PARA QUE NO MUERA LA ESPERANZA, MAMA CONTAMELO DE NUEVO”
  
“PERCHE’ NON MUOIA LA SPERANZA; MAMMA RACCONTAMELO DI NUOVO

Così è la frase nello spagnolo-argentino su di un poster che raffigura un Presepe naif dell’America latina con la grotta, Maria e Giuseppe, Gesù Bambino e gli angeli.

1) Infatti il racconto della nostra speranza comincia a Natale, verso cui siamo incamminati in questo itinerario liturgico di Avvento, accompagnati da Maria Immacolata (8 Dicembre), Vergine e Madre della Speranza, narrato e vissuto da Lei in prima persona.
   Per noi la Speranza “è venuta al mondo il giorno di Natale…attraverserà i mondi compiuti…la stella ha guidato i tre re fin dal fondo dell’Oriente, verso la culla di mio Figlio” scrive Charles Peguy ne “Il portico del mistero della seconda virtù”. Perché “la Fede non è stupefacente, risplende…nel sole e nella luna e nelle stelle….la Carità è tutta naturale, tutta zampillante, tutta semplice…ma la Speranza…è proprio la più grande meraviglia della nostra grazia…perché – è sempre il teologo che scrive – le tre virtù sono della razza degli uomini…la Fede è la sposa fedele…la Carità è la madre…la piccola speranza…trascina tutto”.
   E trascina anche noi a diventare testimoni di Gesù in tutti gli aspetti e in tutte le dimensioni della nostra vita, dall’accoglienza del bambino che nasce, vero dono di Dio, al rispetto della dignità di ogni uomo che viene al mondo e per tutto il corso della sua vita, nell’efficienza o nella disabilità, al mattino o al tramonto dell’esistenza, nel suo vivere e nel suo morire.

2) Il racconto della Madonna, tra gioie e preoccupazioni come lo smarrimento e il ritrovamento del figlio a Gerusalemme, continua durante l’infanzia e la fanciullezza di Gesù a Nazareth nella sua vita di famiglia con i genitori Giuseppe e Maria ai quali “era sottomesso” nell’umiltà della sua crescita “in età, sapienza e grazia, davanti a Dio e davanti agli uomini”(Lc 2,52).
   Ogni ragazzo/a riflette nella sua vita la speranza quando, con la guida dei genitori, maestri, educatori, cresce a tutti i livelli umani e spirituali nei valori dell’amicizia, dello studio nella scuola, della formazione cristiana con la catechesi e i sacramenti nella comunità parrocchiale…
   Così ognuno si apre gradualmente alle varie prospettive del domani coltivando i talenti e i carismi ricevuti in vista di una vocazione da scoprire nel discernimento e nella preghiera per un servizio futuro nella società e nella chiesa. Il tutto, sull’esempio di Gesù adolescente, nell’incubazione di una vita semplice e nascosta, nell’ascolto delle “voci di dentro” e nel silenzio di tutte “le voci di fuori” della superficialità e della dispersione, perché solo nell’intimità dello spirito si maturano le grandi scelte di domani.

3) E nella continuità del “Mama, contàmelo de nuevo”, proprio Lei, la Madre della speranza, visse il giorno sofferto del distacco, quando Gesù lasciò la casa di Nazareth e “l’uscio di casa era sempre aperto, nella speranza materna di un ritorno” scrive un Vangelo apocrifo.
Per svolgere la sua missione di salvezza Gesù cominciò con l’annuncio “Convertitevi e credete al Vangelo”(Mc 1,15) e con i miracoli, tutti “segni di speranza” a conferma della buona novella di un Dio-Amore.
   La conversione, il cambiamento di mentalità e di vita, immette nel nostro cuore, come nell’animo del figliuol prodigo (Cfr. Lc 15,11ss), ripiegato egoisticamente su se stesso, l’anelito a ritornare a casa, nella speranza dell’accoglienza nella casa paterna dopo il suo proposito “mi alzerò e andrò da mio Padre” e del suo pentimento “ho peccato contro il cielo e contro di Te” e della sua proposta “trattami come uno dei tuoi servi”. Invece la speranza del figlio che ritorna e del Padre che attende, supera ogni umana previsione perché “gli gettò le braccia al collo e lo baciò…e cominciarono a far festa”.

   La nostra attesa è carica di speranza, non è passivismo o sogni che svaniscono all’alba, non è un disimpegno da tutto come nella commedia di Samuel Beckett “Aspettando Godot” dove è descritta l’inutilità di una vita, senza mai portare a termine nessuna azione, da parte di un uomo che aspettava un ignoto Godot  e alla fine del vuoto e dei giorni concluse l’esistenza gettandosi in un pozzo, e proprio allora Godot arrivò. Meno male però che i due amici Vladimir ed Extragone, nonostante tutto, attendono sempre Godot nella speranza del suo arrivo.
 E’ questa una “esperienza di contrasto” che comporta l’amarezza di una visione senza Dio e perciò senza speranza. Ma è anche in questo contesto che noi siamo testimoni di Gesù Cristo, speranza del mondo e degli uomini disperati.

4) Ma anche quando la speranza è stata crocifissa con Cristo sul patibolo dell’ignominia e il grido dell’ora nona squarciò il cuore della storia come il velo del tempio, e la Madre dolorosa “stabat” sotto la croce, la consegna suprema di Gesù abbandonato: ”Padre nelle tue mani consegno il mio Spirito” (Lc 23,46), fu il dono all’umanità dello Spirito che annunziò l’alba della Pasqua.
   “Dum spiro, spero”-“mentre spiro, spero” mi scrisse nella dedica di un suo libro “Teologia della speranza” J.Moltmann ed è nell’esperienza della morte, nel distacco dai nostri cari, nelle preghiere di suffragio, nella visita al cimitero o campo-santo che si vive il Sabato Santo “nell’attesa della beata speranza e del ritorno del Salvatore nostro Gesù Cristo”(dalla Liturgia).
   Il nostro stanco mondo, che spesso esorcizza la fine della vita come il tramonto dell’uomo che “di speranza vive e disperato muore”, riceve invece da noi cristiani la testimonianza che dalla croce “Ave crux spes nostra”-“Ti saluto o croce, speranza nostra” si passa al sepolcro vuoto perché “Cristo nostra Pasqua è risorto!”
   Nonostante le difficoltà di ogni giorno, nonostante il “nos autem sperabamus-noi invece speravamo”(Lc 24,21), nonostante i tanti “ormai” che intercaliamo continuamente nei nostri ragionamenti, Gesù Risorto, dissolvendo il velo di scoraggiamento che copre i nostri occhi e avvolge il nostro cuore, apre gli orizzonti della nostra speranza alla novità della Pasqua e si fa riconoscere “allo spezzar del pane” nell’Eucaristia.

5) Infine il “para que non muera la esperanza, mama contàmelo de nuevo” si realizza con la presenza stessa di Maria SS. quando i discepoli radunati nel Cenacolo nel giorno di Pentecoste, furono investiti dal vento e infiammati dal fuoco dello Spirito Santo e Maria divenne la Madre della Chiesa nascente e i discepoli diventarono apostoli, cioè mandati ad annunciare il Vangelo della speranza.

   Comincia così l’avventura della Chiesa, comunità in missione, e dei cristiani con il compito di vedere, incontrare e comunicare il Risorto che è “il nome della Speranza cristiana”.
“Noi siamo i testimoni” ripeteva Pietro nei vari discorsi al popolo radunato a Gerusalemme dopo la Pentecoste (Cfr. At 2-4).    A distanza di secoli noi raccogliamo “il testimone” (piccolo attrezzo che gli atleti si passano nelle gare di atletica leggera al termine del percorso assegnato) e continuiamo nella nostra frazione di staffetta per giungere al traguardo, durante il tempo che “hic et nunc, qui e ora” il Signore ci concede di vivere, “qui” nella nostra splendida isola d’Ischia e “ora” all’inizio del nuovo millennio.

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E allora ci interroghiamo:  Quali “segnali di speranza” la nostra Chiesa Isclana offre alla gente locale e ai numerosi turisti da varie parti del mondo?
L’assegno dei compiti ricevuti nel Convegno di Verona spaziano dalla Tradizione alla Cittadinanza, dalla Fragilità all’Affettività, dalla Festa al Lavoro sotto il comune denominatore della testimonianza e non tanto delle parole e dei discorsi. Perciò vogliamo tradurre il nostro essere Chiesa di Cristo nel  contesto isolano:

-         Siamo Chiesa di speranza se, come “casa e scuola di comunione”, facciamo risplendere sulla comunità civile, culturale, sociale, sportiva, politica… il fil rouge dell’Amore che si manifesta nella solidarietà con gli ultimi, accoglienza a tutti non solo ai turisti, attenzione alle varie fragilità umane di malattia, nella mancanza di casa e di lavoro, nella premura dell’incarnazione nel territorio, senza evadere dai problemi della città. Tutti invitiamo a lottare per un futuro migliore, soprattutto i nostri disabili, ammalati e scoraggiati da tante difficoltà fisiche o morali, anzi a offrire  sacrifici, sofferenze e contrattempi…tutto oro prezioso nelle mani di Dio che trasforma in grazie e miracoli per il nostro bene.

-         Siamo Chiesa di speranza quando mettiamo in atto la promessa fatta al Papa Giovanni Paolo II nella sua venuta a Ischia (5 Maggio 2002) di vivere il suo messaggio di “Ascolta, Accogli e Ama” e di concretizzare i due segni a lui intitolati: il Consultorio familiare diocesano (già ben avviato) e la Casa di prima accoglienza (in pieno fervore di costruzione, da 3 mesi). Personalmente desidero ringraziare quanti, fedeli, comunità, parrocchie, gruppi, albergatori, medici e maestranze si stanno impegnando per queste opere e in tante altre attività caritative, senza squilli di tromba o suono di campane, al servizio disinteressato della gente in difficoltà familiare e abitativa, perchè " al di sopra di tutto ci sia la Carità" (Col 3,4).

-         Siamo Chiesa di speranza se il XIII Sinodo intrapreso con tanto consenso e impegno da parte di tutti, viene approfondito nella comunione decanale e nel coordinamento di sforzi, riflessioni, dialoghi, riunioni e celebrazioni rendendo tutti testimoni del “Risorto per far nuove tutte le cose” partendo dai decreti del Vaticano II (come abbiamo intuito profeticamente nel poster e sugli striscioni sinodali già da alcuni anni). Siamo consapevoli di essere una piccola chiesa nel deserto in cammino verso la terra promessa (Cf.r Inno del Sinodo), ma il Signore guida il suo “pusillus grex-piccolo gregge” e noi, senza nessun complesso di minoranza, avvertiamo di essere lievito e fermento nella massa per farla crescere fino alla pienezza di Dio: “Io la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Io le restituirò i suoi vigneti e farò della valle di Acor la porta della Speranza, là canterà come ai giorni della sua giovinezza”(Osea 2,16-17).

-         Siamo Chiesa di speranza se preghiamo il Padrone della messe per tutte le vocazioni e le coltiviamo nel grande campo del mondo per un futuro servizio preparando
nella famiglia:  i fidanzati al ministero coniugale;
nella vita presbiterale e religiosa: iniziando ragazzi/e al ministero della vita consacrata;
nella diaconia dell’Ordine sacro e nella società: giovani e adulti ben formati.

Già la benedizione del Signore ha sovrabbondato sulla nostra Chiesa nel 2006 con l’Ordinazione di cinque Diaconi permanenti e di tre Presbiteri, ma noi perseveriamo nel pregare e piantare semi per altre vocazioni di speciale consacrazione: Religiosi/e, Ordo Virginum, CIS (consacrati/e negli istituti secolari) sapendo che “Spes in semine, la speranza è nel seme”.

-         Siamo Chiesa di speranza se stimoliamo in modo particolare i giovani che costruiscono il domani del mondo, a prepararsi nello studio e nel lavoro, nello sport e nella politica, nella formazione cristiana e comunitaria in Parrocchia, gruppi ecc. ad essere essi stessi “segnali di speranza” nella nostra isola con il fervore dei verdi anni e l’entusiasmo delle scelte, “raggi di sole e sentinelle del mattino” come li ha chiamati il Papa, se vivono la missione “i giovani per i giovani” in un futuro e specifico Sinodo tutto per loro. 

Affidiamo questi “segnali di speranza” alla Madonna “vita, dolcezza e speranza nostra” come la invochiamo nella Salve Regina. In Lei la speranza di Dio per salvare l’umanità ha preso carne e le attese dell’uomo, dall’antico Israele alla nuova Gerusalemme, sono diventate realtà.
   Tutti benedico per un itinerario incontro al Signore che viene con il saluto dei primi cristiani: Maranatà, dal duplice significato come invocazione di speranza “Vieni Signore Gesù” e come certezza nella fede “Il Signore Gesù viene!”

     Avvento 2006                                        

                                                 

 

 

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