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LETTERA di FILIPPO VESCOVO
al DECANATO DI FORIO
Carissimi,
guidati da S. Paolo apostolo nel
cammino di conversione quaresimale, ci prepariamo a celebrare la PASQUA del
Signore passando attraverso la croce, segno di salvezza e di speranza.
Durante il pellegrinaggio “Sulla
scia di S. Paolo” abbiamo pregato per la nostra Chiesa di Ischia e visitato con
una navigazione a ritroso rispetto a quella dell’Apostolo: Pozzuoli dove
“alcuni fratelli lo invitarono a restare con loro una settimana”, Messina
dove sussiste un’antica tradizione della Madonna della lettera ad un’ambasceria
siciliana recatasi a Gerusalemme dietro indicazione paolina, Siracusa
dove “rimase tre giorni” e Malta dove fece naufragio e “gli indigeni lo
trattarono con rara umanità... lo accolsero attorno al fuoco... altri isolani
che avevano malattie accorrevano e venivano sanati... lo colmarono di onori... e
rifornirono di tutto il necessario” alla partenza dopo tre mesi (Cfr Atti, 28).
Ora scrivo a voi, ma sempre tenendo
lo sguardo a tutta la comunità isolana, gli auguri paterni e fraterni per la
Pasqua ’09 con l’esortazione di S. Paolo: “CELEBRATE la PASQUA con AZZIMI di
SINCERITÀ e VERITA’” (1 Cor. 5,6b-8).
Il pane azzimo, secondo la
tradizione della “nostra santa radice ebraica”, era il pane senza lievito, non
fermentato, preparato in fretta nella notte della liberazione quando il popolo
d’Israele partì dall’Egitto al segnale di Mosè. Ma era anche il pane non
fermentato, preparato per una settimana dai pastori nomadi, quando all’arrivo
della primavera eliminavano il vecchio lievito per inaugurare il nuovo.
E’ allora un duplice augurio per
tutti noi in questo periodo quando, con la promulgazione ufficiale dei Libri
Sinodali nel Giovedì Santo, siamo chiamati a realizzare “UNA CHIESA NUOVA
nell’AMORE”.
(1)
Siamo consapevoli, per mandato di
Cristo, di essere contemporaneamente lievito nuovo che fermenta la pasta
dell’umanità perché come “Chiesa nel mondo contemporaneo = Gaudium et spes” non
siamo avulsi dai problemi, difficoltà, angosce e contraddizioni dei nostri
fratelli, e pane azzimo:
- pane azzimo, non fermentato, per
la prontezza di lasciare le nostre schiavitù e camminare verso la Terra
promessa, superando soste nell’adorazione di vitelli d’oro, cercando invece
attraversamenti di Mar Rosso;
- pane azzimo per imboccare nuove
vie, strade diverse, eliminando vecchie storie di rivalità e aprirsi alla
“novità di vita”;
- pane azzimo per “prendere il
largo” nel nuovo tempo post-sinodale con rapidità di decisioni e fretta di
cambiamento senza indugiare su piazzole di indifferenza e pigrizia.
Perciò, scrive S. Paolo ai Corinzi
gli azzimi siano segni di “sincerità e verità” nello spirito di perseveranza,
linearità di scelte e coerenza di decisioni ecclesiali che noi stessi ci siamo
dati con le Note Pastorali.
(2)
Ma nello stesso tempo togliere “il
vecchio lievito... di malizia e perversità” che certamente blocca le nostre
comunità, scompensa la comunione nella famiglia, divide i christifideles laici,
rinfocola rancori e astio.
Sono queste le rughe e le macchie
sul volto luminoso della nostra Chiesa che ci siamo impegnati a rinnovare nel
Sinodo “con docilità di discepoli che è umile disponibilità ad
accogliere questo avvenimento di grazia per convertirsi e rinnovarsi
personalmente e a livello comunitario, con il dono della preghiera e
l’offerta di responsabile collaborazione in spirito di unità e
comunione... per dare nuovo slancio missionario alla Chiesa Isclana”
(Decreto di indizione del XIII Sinodo - 5 Maggio 2005).
Ed ecco segnalati i mezzi per
l’attuazione del Sinodo:
- la “docilità” alle direttive
della Chiesa senza fughe in avanti o nostalgici ritorni;
- “l’umile disponibilità” di
discepoli che hanno scelto di seguire il Maestro anche se la croce di ogni
giorno e difficoltà varie ci affaticano;
- “l’accoglienza” di questo evento
di grazia che abbiamo vissuto insieme;
- la continua “conversione
personale e comunitaria” come cambiamento di mentalità (metànoia) per cui
l’impegno quaresimale di 40 giorni è solo la riduzione in scala della nostra
vita cristiana, una parabola di tutta l’esistenza:
- “il dono della preghiera” che è
respiro dell’anima nostra e della comunità intera con le devozioni verso i Ss.
Patroni e soprattutto con il culto filiale a Maria SS. “la Donna nuova
nell’amore”, tutti aspetti che trovano nell’Eucaristia “la fonte e il culmine =
fon set culmen” di tutta la spiritualità cristiana;
- “l’offerta di responsabile
collaborazione in spirito di unità e comunione”. La Chiesa è nostra, è casa di
tutti, non esclusivamente del Vescovo o dei Presbiteri che sono solo le guide
nel nome di Gesù Pastore e Maestro perciò “res nostra agitur = si tratta di cosa
e casa nostra” non ufficio burocratico, organizzazione del sacro, azienda o
istituzione alternativa ad altre, perché il fine è – come amo dire – “l’economia
della salvezza e non la salvezza dell’economia”, anzi la Chiesa è sempre più
credibile quando ripete nei fatti la frase di Pietro nel guarire lo storpio che
chiedeva l’elemosina presso la Porta Bella di Gerusalemme “Non ho né oro né
argento ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, alzati
e cammina!” (At 3,6);
- Infine - è scritto sempre nel
Decreto di indizione – “per dare nuovo slancio missionario” alla Chiesa Isclana,
annunciando “Cristo è risorto e noi ne siamo i testimoni!”.
La risurrezione di Cristo è la
risposta della nostra fede come il “punto di appoggio” di Archimede “per
sollevare il mondo” e allora partendo dall’evento del Terzo Giorno questo
significa vivere la Pasqua.
Auguro al Decanato di Forio e a
tutta la Chiesa diocesana questa risurrezione dall’uomo vecchio per rivestirsi
dell’uomo nuovo, Cristo nostra Pasqua.
Ischia, Settimana Santa 2009


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